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Fallire: che lezione!

In un articolo recente si è parlato di come le favole nel tempo siano mutate per “proteggere” i bambini dal male, dalla cattiveria, dalla paura stessa.
L’istinto di protezione che nasce spontaneamente in noi nei confronti dei giovani e giovanissimi – e che è stato assimilato anche dalla nostra società  – è davvero una cosa buona?
Il sano istinto di protezione di un genitore può trasformarsi in qualcosa di nocivo per i suoi figli?

Ebbene sì.

Vediamo come.

Un bambino sorvegliato e protetto in modo eccessivo, al quale venga impedito di esplorare l’ambiente, finirà con l’essere impacciato e ad avere difficoltà a sviluppare le sue abilità motorie: rischierà quindi con maggior probabilità di farsi male. Se ad un bambino viene trasmessa l’idea che il mondo è un luogo pericoloso dove lui non può cavarsela da solo, tenderà a sentirsi insicuro e ad affrontare male e con timore anche le prove più semplici.

Ma non è solo l’aspetto più pratico della questione ad essere insidioso.

Impedire ad un bambino, ad un ragazzino – e più tardi ad un adolescente – di fare le proprie esperienze di vita, sperimentando i dolori oltre che le gioie, le difficoltà e gli inconvenienti oltre che i premi e i risultati, cioè tentare di evitargli esperienze negative in generale, finirà per l’avere comunque dei risvolti negativi.

Crescere un individuo nella bambagia, proteggendolo da ogni tipo di inconveniente, gli impedisce di sviluppare appieno quelle capacità critiche e logiche indispensabili  per riuscire ad analizzare una situazione difficile preventivandone pro e contro, per riuscire a pianificare le azioni necessarie da compiere al fine di ottenere il risultato voluto e infine per valutarne correttamente i risultati.

Queste capacità maturano durante lo sviluppo grazie all’accumularsi di esperienze, positive e negative, permettendo all’individuo – se adeguatamente sostenuto – di confrontarsi con l’esperienza del fallimento senza sprofondare in un’impotenza disperante né in una frustrazione rabbiosa, ma con la consapevolezza che il fallimento, di per sé, può capitare. Con l’esperienza viene introiettato il concetto fondamentale che l’importante non è la prestazione fine a se stessa, ma il bagaglio conoscitivo che essa porta con sé.

Molto spesso si parla di “genitori spazzaneve” per identificare genitori iperprotettivi e spaventati, che vogliono tutelare i loro figli ad ogni costo: non si tratta solo di proteggerli da una caduta, da uno spigolo o da una favola poco “Disney” e molto “Grim”, si tratta di avere fiducia nelle loro capacità e permettergli di confrontarsi con serenità con qualsiasi tipo di ostacolo.

Permettere ad un bambino di confrontarsi con dei rischi moderati è quindi per lui/lei un’opportunità di crescita oltre che una sfida abbordabile: permettergli di affrontare quel margine di incertezza di cui è consapevole e con cui può decidere di confrontarsi avendo fiducia nelle proprie capacità è la chiave di volta per favorire nei bambini uno sviluppo maturativo sano ed equilibrato.

Che si tratti di un brutto voto a scuola, di un comportamento sbagliato dalle conseguenze negative, di una frase cattiva detta senza pensare, la cosa giusta da fare non è sostituirsi ai propri figli o proteggerli da tutto e tutti, ma fornire loro gli strumenti giusti per affrontare la situazione ed eventualmente aiutarli ad elaborare successivamente quanto successo.

Impunità non è sinonimo di perdono e amore incondizionato: amore incondizionato (come è quello di un genitore per i propri figli) si può tradurre nella capacità di accettare che i propri figli possano compiere degli errori e che il compito di un genitore è quello – difficile – di guidarli, perdonarli se necessario, ma anche di punirli come di premiarli.

Il sistema di valori di riferimento in un sistema educativo non può avere solo una faccia della medaglia: non possono esserci soltanto i premi senza le punizioni, come non possono esistere solo punizioni senza i premi.

In questo giusto dispensare premi e punizioni la cosa che non deve mancare mai è il dialogo, in modo che i sistemi di valori che vogliamo trasmettere ai nostri figli acquisiscano un significato e un senso condivisibile.

Allo stesso modo, le regole devono essere chiare per non creare confusione nella mente dei nostri figli. Un “no” deve essere un “no”: dire “no” e permettere il comportamento vietato finirà con il creare confusione e stimolare comportamenti “di sfida” volti a testare quali siano le regole “reali” del sistema.

Ricapitolando, non sono i genitori “spazzaneve” i migliori, quelli che si frappongono tra i loro figli e qualsiasi difficoltà, ma i genitori capaci di insegnare ai loro figli che nella vita – oltre alle belle esperienze – possono capitare anche le brutte esperienze, che il fallimento fa parte del gioco tanto quanto la vittoria e che ad ogni azione corrisponde una reazione: genitori capaci di accompagnare i propri figli nel diventare adulti responsabili.

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Dott.ssa Elisa CerantolaFallire: che lezione!