Essere online

Nel 2025 essere presenti sui social sembra essere qualcosa di normale e scontato, come poteva essere stato negli anni ’80 avere la televisione in casa, magari anche più di una.

Per una professionista come me, ma in generale per qualunque professionista indipendentemente dal settore di appartenenza o l’ambito di lavoro, non essere visibile online rischia di significare l’invisibilità anche nella realtà.
Siamo in un’epoca dove il passaparola funziona relativamente poco. Nessuno va da nessuna parte senza prima aver fatto una ricerca online: se anche il migliore amico ci desse un buon consiglio, potremmo comunque voler dare un’occhiata veloce sul web per “farci un’idea” o per sentirci più a nostro agio.

Non è una regola, ma quasi: esisti nella realtà, ma esisti “di più” se sei online.

E non si tratta solo di essere presenti con un sito che fornisca le nostre informazioni: ci sono i social e forse, nel 2025, è spontaneo pensare che i social servono.

Ma per essere notati sui social si deve puntare appunto sulla visibilità. E cosa serve per ottenere visibilità sui social?

Contenuti

Chiaramente ci sono professioni che per loro stessa natura si prestano meglio di altre alla creazione di contenuti: tutto ciò che concerne l’arte ad esempio, è una fonte quasi inesauribile di materiale perché il lavoro stesso ne produce sempre in abbondanza. Ma quando si tratta di lavori diversi, che non strizzano l’occhio all’arte, è necessario diventare “bravi” content creator. Le pagine di divulgazione scientifica sono una cosa a parte: hanno un mare di argomenti e temi a cui attingere e il lavoro stesso si basa proprio sul principio della condivisione al largo pubblico.

Psicoterapeuti online!

Quando si tratta di psicologia, psicoterapia e psicoterapeuti invece… come si usano i social? Cosa ci dobbiamo aspettare come follower e non? Ma soprattutto: come professionisti, che tipo di contenuti possiamo condividere?

Posto che il codice deontologico norma tutto ciò che concerne la professione, poi sta al singolo professionista regolare la propria condotta. Anche nel nostro settore, ovviamente, ci sono professionisti che si occupano di divulgazione, ma altri puntano alla creazione di contenuti unicamente per sponsorizzarsi, ed è lecito. Ma fino a che punto si possono spingere i confini del codice deontologico quando si parla di condivisione online in ambito psicologico/psicoterapeutico?

Questa domanda generale si incanala poi nel mio personale: perché posto poco e in alcuni periodi nulla, visto che è lecito farlo?

Questione di priorità

C’è una premessa importante da fare: ho poco tempo e amo il mio lavoro. Amo poter essere utile a chi si rivolge a me e dedicare a loro il mio tempo. La mia vita professionale si articola per lo più nel lavoro clinico con i pazienti, poi ci sono gli approfondimenti teorici, qualche supervisione e qualche docenza; una cosa che non faccio è occuparmi massicciamente di divulgazione scientifica.

Quando mi fermo a pensare a quanto poco io usi i social come professionista, a volte mi trovo a sbirciare i contenuti prodotti da colleghi e colleghe, ammirandone la pazienza che sicuramente hanno avuto nel mettersi in gioco con qualcosa che non è il loro lavoro principale, ma che nonostante ciò necessita di molto impegno e dedizione. La curiosità mi porta sempre poi ad osservare che tipologia di contenuti vengano proposti e la mia natura fa il passo successivo, portandomi a ragionare sugli obiettivi e sulle conseguenze di ciò che vedo online.

Quello che ho notato, purtroppo, è che in moltə utilizzano materiale emerso durante le sedute con i loro pazienti come base da cui partire per costruire materiale da condividere online.

Qui, anche se avessi tutto il tempo del mondo per dedicarmi alla creazione di contenuti, io personalmente metto un punto.

Questione di rispetto

Tantissime volte mi sono interrogata sulla correttezza della divulgazione rapida online: si prende un contenuto, si sintetizza, si elabora, si semplifica, si finisce a fare elenchi puntati e correlazioni tipo “se fai… allora…” “se il tuo partner dice… allora vuol dire che…”.
Tutto simpatico e carino, fino a che quel contenuto non arriva a chi non ha le competenze e tutte le conoscenze per interpretarlo correttamente e si ritrova a fare a sé stesso, o a qualcuno di vicino, una bella diagnosi (errata). O magari comincia a costruirsi paure e ossessioni rispetto a problematiche anche gravi, perché si è riconosciuto in qualche comportamento singolo, senza rendersi conto che ogni situazione è complessa e a sé stante.

Ci sono tante possibilità, e la velocità dei social rende impossibile cogliere sempre la complessità del tutto.

Bellissime le opportunità date dal sapere super accessibile, ma pericolosa la difficoltà nel distinguere una fonte affidabile da una che non lo è. Utilissimo poter riflettere su qualcosa che non si era notato prima, rischioso saltare alle conclusioni senza i giusti passaggi intermedi.

L’uso “etico” dei social può aprire a risorse meravigliose.

L’alternativa invece? Quella per la quale il contenuto è creato sulla pelle psichica di persone che esistono veramente?

Lo dico con amarezza: mi sono imbattuta in contenuti di colleghi e colleghe composti da una bella carrellata di slide con il nome della persona, l’età e la professione, la sintesi del caso in due righe, una decina di parole. Poi nella descrizione tutte le correttissime riflessioni del professionista, consigli per il pubblico e via. Certamente, diamo per scontato che nel rispetto del codice deontologico, per tutelarne la privacy, sia stato cambiato il nome, o che ci sia solamente l’iniziale.

Ma possiamo davvero pensare che sia sufficiente?

Voler togliere lo stigma della terapia attraverso l’uso dei social è un intento nobile, e chiaramente fare esempi di come qualsiasi situazione possa meritare di ricevere spazio e attenzione può aiutare a sentirsi legittimati.

Ma una persona che si rivolge a un professionista, che poi vede comparire sulla sua pagina un contenuto che gli ricorda esattamente quello che ha detto durante la sua seduta, come si sentirà? Probabilmente quella persona si sentirà tradita, letteralmente messa a nudo davanti al mondo intero. Magari avrà paura che qualcuno che la conosce e che sa che si rivolge proprio a quel professionista la riconosca come lei stesse si è riconosciuta, scoprendo le sue fragilità più intime e delicate

Fare un esempio generico e riportare un caso reale però non sono la stessa cosa

Inventare un caso clinico  per spiegare meglio un concetto e rendere pubblico ciò che di più intimo può aver raccontato una persona, tra le mura che dovrebbero essere sicure dello studio di terapia, non è la stessa cosa. Come terapeuti abbiamo il dovere etico e personale di mettere sempre al primo posto il benessere dei nostri pazienti, di proteggerli sempre, anche quando non sanno che lo stiamo facendo. A tutti capita a fine giornata di pensare che ci sia stato qualche argomento o qualche riflessione davvero utile in senso generale, che sarebbe bello condividere.

Personalmente il motivo per il quale non uso materiale clinico per creare contenuti social è questo: la mia visibilità online vale zero se confrontata alla sicurezza dei miei pazienti. Posso postare ciò che io penso, ciò che a me viene in mente, ma non posso tradire il segreto professionale che mi lega cuore a cuore con le persone di cui mi prendo cura. Usare i social come professionista della salute mentale, per me, significa condividere solo riflessioni che sono mie, personali.

La condivisione d’altro, la condivisione dell’intimità di altri da me, ritengo debba sempre passare prima da un’autorizzazione esplicita e soprattutto consapevole

Quindi alla fine? Social o non social?

Quindi sì, ammetto di non essere la professionista migliore per quanto riguarda la presenza online, e per questo forse dovrei impegnarmi un po’ di più nella gestione delle mie pagine social e in generale dovrei curare maggiormente la mia identità professionale digitale.

Ma forse no, non è necessario sparare contenuti a raffica se questo vuol dire usare cartucce che potrebbero ferire qualcuno nella vita reale.

Quindi alla fine… non uso i social COME una professionista, ma li uso DA professionista