Articoli

L’amore senza catene

Per amore a volte siamo disposti a sacrificarci, a sacrificare le nostre piccole abitudini quotidiane, a volte sacrifichiamo la nostra libertà, qualcuno sacrifica addirittura la propria felicità senza neanche accorgersene…


Ma chi ama veramente, di un amore adulto e maturo, non ha bisogno di gabbie e catene per tenere legato a sé l’altro…

Né ha bisogno di accettare di essere prigioniero…

Il Cesvis (Centro Studi Vittime Sara), guidato da una équipe di psicologi specializzati nello studio della violenza contro le donne della Seconda università degli studi di Napoli, mette a disposizione un test anonimo per capire se si stanno subendo violenze, anche se non se ne è consapevoli.


Se pensi di essere vittima di stalking o di violenze, non tacere!

Che tu sia maschio o femmina, subire violenze è sempre sbagliato: un amore che chiude in gabbia non è vero amore.

 

Se il tuo sogno d’amore si è trasformato in un incubo, è ora di svegliarsi e chiedere aiuto.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaL’amore senza catene

Il tabù della malattia mentale

Già la parola “malattia mentale” basta solitamente a far provare una lieve sensazione di disagio, un fastidio non meglio definito.

Alla malattia in qualche modo siamo abituati: tutti abbiamo fatto i conti nella vita (direttamente o indirettamente) con malattie più o meno gravi.
Banalmente tutti abbiamo nel nostro bagaglio di vita la generica e condivisa esperienza dello stare male, del rivolgersi al medico, del rimanere a casa da scuola o dal lavoro, l’esperienza della cura e infine l’esperienza del tornare allo stato di salute iniziale (pensiamo ad esempio all’influenza stagionale).

Nessuno si vergogna di raccontare ad un amico di essere stato fisicamente malato, spesso nemmeno in presenza di malattie “imbarazzanti” ci si vergogna realmente… al punto da farne anche un format televisivo dove le persone raccontano – potenzialmente al mondo intero – di che patologie soffrono!

Perché quindi la malattia mentale è percepita in modo così diverso dalla malattia fisica?


Il disastro aereo della Germanwings ha sconvolto tutto il mondo: se in un primo momento si è temuto per un attacco terroristico, l’emergere della tragica realtà ha scosso nel profondo gli animi di chi attonito cercava di comprendere quanto accaduto.

L’incomprensibilità del gesto del copilota ci impedisce di poter metabolizzare la notizia, perché l’incomprensibilità non ci permette di trovare una causa, un senso, uno scopo, il non comprendere ci lascia inermi: l’incomprensibile ci fa provare ansia, l’incomprensibile fa paura.

L’incomprensibilità spaventa anche più di un gesto malvagio: un gesto malvagio (ma ragionato) può in qualche modo essere “compreso” e questa comprensione ci fa sentire più sicuri, perché in qualche modo ci illude di poterlo prevedere e quindi prevenire.

Al contrario incomprensibile significa imprevedibile.

Tutti in questi giorni stanno tentando di scavare nella vita del copilota della Germanwings per trovare indizi, motivi, cause… tutto alla ricerca di una qualche “logica” in questo gesto che di logico non ha nulla, nel tentativo di tappare il senso di vuoto e di impotenza che questa assurda tragedia ci ha lasciato.


Malattia mentale dunque sembra essere la risposta alla domanda che tutti ci siamo fatti davanti alle drammatiche immagini dei rottami dell’aereo: “perché?”

Il copilota era malato.

Perché quindi non ha seguito le indicazioni mediche? Perché ha volato?
Ci si può fare una serie di domande senza fine, ma non a tutte si riuscirà a dare una risposta certa. Forse non ne sapremo mai abbastanza per poter fare quella che in gergo viene definita “autopsia psichica” a quest’uomo che chiaramente dentro di sé portava una sofferenza sconfinata, ma a questo punto diventa irrilevante.

L’unica cosa davvero rilevante è la paura, la vergogna, la colpa e finanche il fastidio che si prova quando ci si confronta con la “malattia mentale”.


Dire “malattia mentale” apre all’immaginario scenari terribili, fatti di mostri e gesti imprevedibili, sicuramente alimentati dall’ignoranza (nel senso neutro del termine cioè del non conoscere) e dalla creatività di scrittori e registi che negli anni si sono profusi in fin troppo vivide e impressionanti descrizioni di personaggio affetti da malattie mentali.

La malattia fisica è “prevedibile”, spaventa per motivi diversi: per lo più, quando spaventa, spaventa per la prognosi.

La malattia mentale invece è “misteriosa” quindi “imprevedibile” e, pertanto, spaventosa in un modo più ancestrale e profondo.


Il copilota era malato?

Si può dire che la malattia mentale “non esiste”: esiste un continuum tra “normalità” e “patologia” all’interno del quale ognuno di noi oscilla liberamente, all’interno del quale il livello di dolore e sofferenza può aumentare o diminuire.

Si tratta di un dis-equilibrio in cui ognuno di noi può incappare nel corso dell’esistenza: alcuni sono più sensibili, più predisposti, altri sono più resistenti/resilienti; alcuni vivono in contesti favorevoli che in qualche modo favoriscono il mantenimento di un buon equilibrio, mentre altri vivono in contesti che purtroppo favoriscono proprio la perdita di questo loro equilibrio interno.

Il copilota, anche se non sapremo mai cosa gli è passato per la mente, era semplicemente una persona come tante, che in quel momento soffriva enormemente per un grande dis-equilibrio interiore. L’incomprensibilità del suo gesto provoca rabbia e sgomento, e non c’è modo di “giustificarlo” o di poterlo “capire”. Resta solo il dolore.

 

Ma come lui, lì fuori nel mondo, ci sono tantissime altre persone “normali”, che si vergognano di chiedere aiuto perché hanno paura del giudizio, che si sentono quasi in colpa per il loro malessere, che temono di essere etichettate come “malate mentali” e che per questo si tengono dentro tutta la loro sofferenza.

Nella speranza di non scoppiare, nella speranza di potercela fare da soli… spesso sentendosi per questo sempre più disperati.

Avere il coraggio di parlare di ciò che si sta affrontando o che si è affrontato in passato è un grandissimo atto di maturità, e – per chi ascolta – è un grandissimo atto di umanità capire che la malattia mentale, o meglio dire il disagio e il dis-equilibrio psichico, non sono una cosa di cui avere paura e che nella nostra società non devono essere più un tabù.

Con la speranza di lanciare un messaggio di positività e di apertura, in questo articolo uscito sull’Huffington Post alcune celebrità parlano della loro esperienza personale.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaIl tabù della malattia mentale

Elettrosensibilità: un rischio reale?

Better Call Saul, il tanto atteso spin-off della serie Breaking Bad, ci ha fatto sorgere innumerevoli domande legate ai vari personaggi e ai loro comportamenti.

I personaggi che credevamo di conoscere ci stupiscono e ci intrigano, ma in questa serie facciamo la conoscenza di personaggi prima ignoti, che a volte ci colpiscono più per le loro stranezze che per come si dipana la trama in sé: è questo il caso di  Chuck McGill, fratello maggiore di Saul.

Chuck McGill in Better Call Saul: affetto dalla sindrome da ipersensibilità elettromagnetica (EHS), o elettrosensibilità (ES), passa le sue giornate chiuso in casa, senza elettricità, avvolto da una coperta termica nel tentativo di annullare gli effetti nocivi procuratigli dal contatto con il cellulare del fratello.

Ma Chuck non è da solo! L’elettrosensibilità è una condizione certamente inusuale, che tuttavia sembra colpire una piccola percentuale della popolazione, portando gli individui che ne soffrono ad isolarsi o a proteggersi con reti metalliche e fili elettrici nel tentativo di ripararsi dall’elettromagnetismo.

L’elettrosensibilità è quindi un problema reale?

A quanto pare… NI.

Le persone affette da elettrosensibilità effettivamente soffrono di sintomatologie, a volte purtroppo anche importanti, che rendono loro difficile vivere la quotidianità.

Tuttavia, tutti gli studi hanno dimostrato una sorta di effetto placebo “al contrario”: l’effetto nocebo.
Le persone affette da “elettrosensibilità” sviluppano i sintomi di questa malattia soltanto quando sono consapevoli di essere esposte a campi elettromagnetici.
Se le stesse persone vengono monitorate all’interno di sperimentazioni a doppio cieco gli effetti dell’elettromagnetismo spariscono: non sono i campi elettromagnetici a scatenare i sintomi, ma la consapevolezza di esservi esposti.

L’articolo originale su The Guardian.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaElettrosensibilità: un rischio reale?

Memoria e falsi ricordi

Siamo abituati a vedere film e telefilm in cui i criminali di turno vengono interrogati fino a confessare i loro crimini tremendi, siamo abituati alle abili mosse dei detective che smantellano alibi, raccolgono prove minuscole e apparentemente insignificanti smascherando insospettabili piani criminali prima ancora che vengano portati a termine. Un lavoro certosino, spesso basato sui racconti dei testimoni, sulle memorie di persone che erano per caso sulla scena del crimine.

…ma se toccasse a noi?
Se toccasse a noi essere interrogati per ricostruire la dinamica di un evento, saremmo veramente in grado di farlo con precisione?


Nel 1906 Hugo Münsterberg, presidente dell’American Psychological Association, scrisse sul Times Magazine a proposito di un caso di confessione falsa: un giovanotto che ebbe la sfortuna di ritrovare il cadavere di una donna assassinata, nonostante avesse un alibi, a seguito degli interrogatori della polizia non solo ammise l’omicidio, ma ogni volta che ripeteva il racconto esso si arricchiva di dettagli e precisazioni.

Per Münsterberg si trattava chiaramente di un’involontaria elaborazione delle suggestioni alle quali il giovane era stato sottoposto, ma ciò – e il suo alibi – non bastò a risparmiare la forca al ragazzo.

Questo e altri casi di errori giudiziari dovuti a falsi ricordi passarono alla storia prima che la psicologia della testimonianza e gli studi sulla memoria permettessero di comprenderne i meccanismi di formazione sottostanti.

La memoria è malleabile: un processo dinamico attraverso il quale gli eventi si imprimono nella nostra mente in un ricordo che si intreccia ad emozioni, considerazioni razionali e, perché no, informazioni avute in un secondo momento da altre fonti.

Una breve panoramica nell’articolo uscito su the new yorker.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaMemoria e falsi ricordi

Il narcisista maligno

il narcisista perverso

Il narcisista: come riconoscere quello maligno?

Non stiamo parlando di una persona un po’ narcisa, nè di una persona poco attenta all’altro.
Stiamo parlando di un vero e proprio manipolatore.

Ciò che più spesso fa il narcisista maligno in una relazione:

  1. minacciare e ricattare affettivamente
  2. lusingare e mentire
  3. l’essere invadente
  4. il mettere con le spalle al muro
  5. denigrare
  6. colpevolizzare
  7. distruggere l’indipendenza e l’autonomia dell’altro

Articolo originale: Il narcisista maligno: il manipolatore perverso.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaIl narcisista maligno

Ansia e incertezza

La spirale negativa dell’ansia

Nuovi studi confermano le difficoltà delle persone ansiose nel valutare correttamente le situazioni.

L’ansia fa sì che le persone che ne soffrono si concentrino esageratamente sulla possibilità che si verifichino eventi negativi, sentendosi molto stressate nel momento della presa di decisione.

All’aumentare dell’incertezza aumenta così la difficoltà delle persone ansiose nell’adattare le proprie scelte sulla base delle informazioni in loro possesso.

Articolo originale: Il dilemma dell’ansioso alle prese con l’incertezza.

continua a leggere...
Dott.ssa Elisa CerantolaAnsia e incertezza