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Che musica triste!

Ci sono momenti della vita in cui amiamo particolarmente ascoltare musica triste, malinconica, a volte addirittura aggressiva e pesante.
Quando questo capita qualcuno ci può dire “ma come fai ad ascoltare quella roba?!”, non comprendendo come si possa voler passare del tempo ad ascoltare qualcosa di simile.

 

Perché ci piace ascoltare musica triste?


In un recente studio giapponese i ricercatori si sono posti questa stessa domanda.

Potrebbe sembrare un’osservazione banale, ma se ascoltare musica triste dovesse effettivamente evocare sentimenti negativi, farlo non dovrebbe essere un’attività piacevole per le persone!

I ricercatori quindi hanno ipotizzato che ci sia un’effettiva differenza tra l’emozione evocata dalla musica e l’emozione provata ascoltandola.
Presi 44 volontari, hanno fatto ascoltare loro della musica, chiedendo di valutare quello che stavano ascoltando e ciò che stavano provando. Ciò che è emerso è assolutamente controintuitivo: la musica triste viene percepita come tragica, ma allo stesso tempo fa provare emozioni romantiche, leggere e meno tragiche della musica ascoltata.

Cosa si prova ascoltando musica triste?

La tristezza, un’emozione riconosciuta da tutti come negativa, quando provata in reazione ad un’espressione artistica come la musica, difficilmente è associata ad una sensazione persistente di sgradevolezza.

I partecipanti dello studio giapponese hanno dimostrato che ascoltare musica triste fa provare sensazioni ambivalenti: da un lato si percepisce la tristezza della musica, dall’altro si prova una forma di emozione positiva data dalla possibilità di godere di questa forma artistica di tristezza, priva della componente personale di spiacevolezza (eventi traumatici, ricordi spiacevoli, periodi carichi di difficoltà) che solitamente invece accompagna nel quotidiano questa emozione e che ce la rende così antipatica.

Ascoltare musica triste ci permette di essere romantici, meno afflitti dalla nostra stessa tristezza, semplicemente più leggeri.


La possibilità di provare un’emozione forte come la tristezza unita alla catarsi del godimento ludico e artistico, concede a chi si sofferma su queste note un’esperienza mista, che forse lo aiuta a comprendere e dare più facilmente spazio alle proprie emozioni, senza però restarne travolto.


 

Possiamo quindi stupirci meno e invece capire un po’ di più chi trova rifugio nell’ascolto di musica dalle melodie tristi, dai testi strappalacrime, dalle voci quasi grattate dall’emozione e magari chissà, proprio per questo, quando ci accorgiamo che qualcuno sta ascoltando della musica triste potremmo proporgli di ascoltarla insieme.

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Dott.ssa Elisa CerantolaChe musica triste!

Pessima scelta? Le 20 trappole più comuni

A tutti quanti nella vita prima o poi capita di fare delle pessime scelte, ma cosa ci spinge a sbagliare? Sicuramente ve lo siete chiesti più volte.

Qui sotto sono elencati 20 “tranelli” nei quali il nostro cervello incappa facilmente. Alcuni sono molto noti, altri meno.
Certo, conoscere questi “tranelli” non vi darà la certezza assoluta di non fare più errori di valutazione, ma almeno vi permetterà di aumentare la probabilità di successo.

 “Conosci il tuo nemico” spesso si traduce in “conosci te stesso”

Mettersi in discussione, aprirsi alla possibilità di aver sbagliato in una scelta, è forse una delle lezioni più difficili da imparare nella vita.


L’ancora

La prima informazione “setta” tutte le informazioni successive.

Durante una negoziazione economica, ad esempio, il primo a fare un’offerta stabilirà inconsciamente nella testa di entrambe le parti un range economico di riferimento all’interno del quale muoversi ragionevolmente.

Ma io conosco…

L’informazione già in nostro possesso “pesa” di più.

Qualcuno potrebbe affermare che fumare non fa male, semplicemente perché conosce qualcuno che ha vissuto oltre 100 anni nonostante fumasse tre pacchetti di sigarette al giorno.

Like

Più è alto il numero di persone che credono una cosa, più questo numero salirà.

Ecco uno dei motivi per i quali a volte fare brain-storming produce poco (e perché su Facebook anche le bufale si propagano a macchia d’olio).

Sicuramente il mio ragionamento non ha errori

Scagli la prima pietra chi è senza peccato!

Si notano con molta più facilità gli errori di ragionamento negli altri che in se stessi. Pensare di poter ragionare senza incappare in questi “tranelli” è – di per sé – un “tranello”.

Ogne scarrafone è bell’ a mamma soja

Quando scegliamo qualcosa, tendiamo a difendere questa scelta.

Il nostro cane per noi sarà sempre fantastico, anche se ogni tanto morde qualcuno, fa la cacca sul tappeto e il vicino si rifiuta di tenercelo per il fine settimana: a nessuno piace notare di essersi sbagliati.

Lo schema

Eventi casuali vengono visti come raggruppati secondo schemi o sequenze.

Si può così credere con convinzione che al lancio di una moneta – a seconda del numero di teste uscite in sequenza fino al lancio precedente – la possibilità che esca testa o croce sia aumentata o diminuita.

La conferma

Tendiamo ad ascoltare solo le informazioni che confermano le nostre idee.

Per questo motivo è estremamente difficile avere discussioni costruttive (nonostante le evidenti, congrue e pluri-decennali prove scientifiche) riguardo i vaccini o il cambiamento climatico del pianeta.

L’abitudine

Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova.

Tendiamo a preferire le prove e le informazioni vecchie a quelle nuove: ad esempio ci volle un po’ di tempo perché le persone accettassero l’idea che la terra non era piatta, ma tonda.

Il placebo

“Basta un poco di zucchero…”

A volte basta credere che qualcosa abbia un certo effetto per goderne dei risultati.
E se Mary Poppins cantava che con lo zucchero “la pillola va giù”, la scienza ci dice che in alcuni casi basta lo zucchero da solo – purché sopra ci sia scritto “pillola” – a far passare qualche malanno minore.

Innovare è meglio

Più moderno, più efficiente, più tutto!

Un po’ al contrario della trappola conservatrice, chi cade in questa tende a pensare che il nuovo sia necessariamente meglio del vecchio, sopravvalutandole l’utilità e sottostimandone le limitazioni.
Chi si ricorda il periodo dei cellulari così piccoli (sempre più piccoli) che si finiva regolarmente con il perderli?

Vivi il presente!

Il passato è passato.

Spesso si tende a valutare le ultime informazioni come le più importanti rispetto alle precedenti. Così accade ad esempio che gli investitori basino le loro scelte di mercato sulla situazione attuale, finendo col prendere decisioni poco oculate.

La sicurezza

Certo che lo so!

A volte essere sicuri di sé finisce con l’essere controproducente, perché si tende a sottovalutare rischi e conseguenze.
Un esempio banale: chi si è imbattuto in un neopatentato alla guida ha potuto notare come, 90 volte su 100, tra ansia e insicurezza chi ha la patente da poco guidi con maggior prudenza di chi invece ha la patente da molti anni.

La rilevanza

Qual è la caratteristica più evidente?

Per semplicità e comodità tendiamo a focalizzarci sulle caratteristiche più rilevanti e facilmente riconoscibili di oggetti e persone.
Per questo motivo è più facile pensare che moriremmo se ci colpisse un fulmine piuttosto che se facessimo un incidente d’auto, anche se le probabilità di essere colpiti da un fulmine è incredibilmente più bassa rispetto all’essere coinvolti in un incidente stradale.

L’aspettativa

Cosa ti aspetti?

Ciò che pensiamo – e ci aspettiamo – filtra la nostra esperienza e quindi le informazioni a cui prestiamo attenzione: cioè quelle che “teniamo”.
Quando si tratta di calcio, ad esempio, noteremo con molta più facilità i falli degli avversari rispetto a quelli della nostra squadra del cuore. Ancora più in generale, se una persona ci è antipatica noteremo le sue azioni scorrette e non le sue buone azioni.

Tutti bravi! Facile!

La trappola del successo

Giudicare una situazione a posteriori può portare a notare solo i successi e non i fallimenti o le fatiche sottostanti.
Ad esempio, prima della crisi, si poteva pensare che fare gli imprenditori fosse facile, perché non si sentiva mai parlare di imprenditori falliti o delle difficoltà da superare, ma soltanto di imprenditori di successo che sembravano non conoscere sconfitte o problemi.

Avere certezze

I dubbi non ci piacciono, meglio poche certezze.

L’incertezza ci crea ansia, i dubbi lasciano spazio a domande riguardo la possibilità di aver fatto la scelta giusta o sbagliata, di aver provocato un danno o semplicemente di non aver fatto la cosa migliore.
Al punto che tendiamo a preferire le cose certe, anche se rischiano di essere controproducenti – e ne siamo consapevoli.

Che confusione!

Perché cercare maggiori informazioni quando non serve?

Se siamo in grado di fare una previsione o di compiere una scelta, avere informazioni estremamente dettagliate e superflue – con molta probabilità – ci complicherà la scelta invece di agevolarla.

Lo struzzo

Informazioni negative o pericolose? meglio ignorarle!

Si vive più serenamente facendo finta che le cose brutte non esistano, certo, però questo potrebbe avere dei risvolti negativi se le scelte che facciamo sono guidate da questo istinto!

Il risultato

Potrebbe essere stato solo un colpo di fortuna.

Vale la pena giudicare una scelta in base al risultato? Solo perché una volta hai vinto con il gioco d’azzardo non significa che giocartici tutto lo stipendio sia una buona idea.

Lo stereotipo

La trappola più nota, ma più difficile da eradicare.

Se evolutivamente la possibilità di identificare rapidamente qualcuno come “amico” o “nemico” ha avuto i suoi vantaggi nel corso dei millenni, oggi come oggi categorizzare un gruppo o una persona senza avere reali informazioni può diventare un grosso problema, soprattutto perché, tra tutte le trappole mentali,questa è quella di cui tendiamo ad abusare quotidianamente.


Articolo originale su Business Insider UK.

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Dott.ssa Elisa CerantolaPessima scelta? Le 20 trappole più comuni

Le nuove generazioni… noi eravamo meglio!

Ultimamente avete avuto l’impressione che le nuove generazioni siano diverse da quelle della vostra epoca?
Che i bambini e gli adolescenti moderni abbiano qualcosa che non va?

Avete ragione… ma non è come credete!

Negli ultimi 50 70 anni la diffusione di disturbi quali ansia e depressione giovanile sono aumentati costantemente. Una varietà di studi recenti ha dimostrato come questo incremento sia reale, e non solo un’impressione. Non solo gli adolescenti sono sempre più depressi, ma sta aumentando in modo preoccupante anche il numero di bambini afflitti da ansia e depressione.





A questo punto ci possiamo chiedere: perché?

Dato che questo incremento non è correlato ad eventi reali come si potrebbe pensare (ad esempio guerre, incertezza economica e via discorrendo), si è ipotizzato che questo cambiamento in negativo abbia più a che fare con la visione del mondo che hanno i nostri ragazzi, piuttosto che con il mondo “reale”.
Una specie di “pessimismo cosmico” li pervade, e l’idea di non avere nessun controllo sugli eventi della propria vita li rende abbattuti e proni ad ogni tipo di difficoltà: i nostri ragazzi sentono di non poter fare nulla.



Cosa cambia questa convinzione, nella pratica?

Pensare di poter avere il controllo sul proprio futuro rende più facile prendersi cura di sé, impegnarsi nel lavoro, essere membri attivi della comunità.

Credere di non averne alcuno invece rende ansiosi e depressi, il pensiero sottostante diventa “potrebbe capitarmi qualcosa di terribile in qualsiasi momento e non potrei fare nulla per impedirlo”.
Cosa c’è di più drammatico di un tale senso di impotenza?
L’annichilimento totale, il pensiero che “è inutile tentare, tanto sono condannato”.


Come è avvenuto questo calo di percezione di controllo nei giovani nel corso degli anni?

Nello studio del Prof. Twenge l’ipotesi è che questo cambiamento di percezione sia determinato dal passaggio da obiettivi intrinsechi – cioè il realizzarsi a livello personale come il sentirsi competenti – ad obiettivi estrinseci – cioè avere ricompense materiali e l’approvazione degli altri.

Purtroppo abbiamo molto meno controllo sugli obbiettivi estrinseci di quanto invece abbiamo sugli obiettivi intrinseci: con impegno posso diventare più competente, ma non è detto che allo stesso modo riesca a diventare ricco!
Posso trovare un senso alla mia vita, ma questo non mi renderà più bello e fisicamente attraente.


 

Se il mio benessere emotivo è determinato dai giudizi altrui e dalle ricompense esterne, posso fare ben poco per sentirmi meglio.





Di chi è la colpa?

Il prof. Twenge suggerisce che il responsabile di tutto ciò, e di conseguenza di questo dilagare di disturbi quali ansia e depressione nei giovani e giovanissimi, sia un cambiamento culturale, oltre che epocale: la cultura moderna del materialismo promossa da tutti i media espone i giovani fin dalla nascita a bombardanti messaggi che indicano come univa vera felicità quella data dal possesso di oggetti e gadget costosissimi, attraverso la popolarità e l’ammirazione della massa, perfino data dal bere una certa bibita gasata piuttosto che il liquore di turno, nell’essere persone di successo, ricche, ma soprattutto “pubbliche” (perché non sei veramente popolare se non hai mille follower su Twitter, un milione di visualizzazione su YouTube e tremila like su Facebook).

La verità è che non c’è un solo colpevole, siamo tutti colpevoli.


 

Quello che possiamo fare per aiutare i nostri bambini e i nostri ragazzi a non deprimersi e a non essere sopraffatti dall’ansia è stimolarli e incoraggiarli nella crescita personale, nel raggiungimento di obiettivi che riguardino il loro sviluppo come Persone e non come “personaggi”, nel sostenerli nella ricerca di modelli sani e – perché no – dare noi stessi il buon esempio!

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Dott.ssa Elisa CerantolaLe nuove generazioni… noi eravamo meglio!

Sai resistere alle tentazioni?

” Posso resistere a tutto…

…tranne che alle tentazioni. “

Il buon vecchio Oscar Wilde ha espresso in modo eccelso la sensazione che tutti abbiamo provato probabilmente più di una volta nella vita messi di fronte ai nostri stessi buoni propositi.


“Smetto di fumare” e “Basta mangiare schifezze” sono forse i due propositi più gettonati (vuoi per capodanno, vuoi per l’avvicinarsi della bella stagione) eppure ogni volta ci ritroviamo punto e a capo.


Come possiamo fare per… farcela?




Un interessante studio del 2012 ha dimostrato come ci si possa aiutare contro le tentazioni con un semplice “trucchetto”.


 

“NON POSSO” vs “IO NON…”


 

Quando ci troviamo davanti ad una tentazione, ad esempio siamo a dieta e ci viene offerta una fetta di dolce, oppure vogliamo smettere di fumare e l’amico fumatore ci offre una sigaretta, siamo soliti rispondere con un educatissimo “Grazie, non posso” seguito dalla spiegazione del caso.

Restando sugli esempi di cui sopra: “Grazie, non posso, sono a dieta” oppure “Grazie, non posso, sto cercando di smettere”.

 

Ed ecco il trucco!

Dire “NON POSSO” ci fa automaticamente focalizzare su un limite che ci stiamo per qualche motivo imponendo, concentrandoci su qualcosa di negativo e passivo.

Così facendo in qualche modo ci predisponiamo al fallimento.

 

Dire “IO NON” ci fa invece focalizzare su qualcosa che comprende la nostra identità, permettendoci di concentrarci su qualcosa di positivo e attivo.

Questo ci rende più propensi e capaci di proseguire nel nostro scopo e quindi di resistere alle tentazioni.


Nello studio originale, pubblicato sul Journal of Consumer Research si è dimostrato come effettivamente questo piccolo trucco permetta di incrementare la possibilità di successo in modo consistente.

Perciò, la prossima volta che decidete di smettere di fumare o di mettervi a dieta, non dite più “io non posso…”, ma dite invece “io non…”

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Dott.ssa Elisa CerantolaSai resistere alle tentazioni?

Sai riconoscere un bugiardo?

Mentimi! (se ci riesci)

Tutti abbiamo sentito parlare dei trucchi per capire se il nostro interlocutore ci sta mentendo: movimento oculare, postura, piccoli movimenti inusuali.

Tutti “trucchetti” basati sull’idea comune che sia possibile riconoscere un bugiardo perché il mentitore, inconsciamente, si tradisce (quasi) sempre attraverso il corpo.

L’argomento è sicuramente molto interessante, al punto che qualche tempo fa una famosa serie tv si basava proprio sulla capacità del protagonista di riconoscere le menzogne dalla verità.
(Nella foto: Lie to me, con il bravissimo Tim Roth).

Recentemente però il prof. Thomas Ormerod dell’Università del Sussex ha dimostrato con una ricerca molto interessante come ci siano in realtà metodi migliori dell’osservazione del linguaggio corporeo per smascherare un bugiardo, dimostrando che con il suo metodo la probabilità di riconoscere correttamente un bugiardo sale a percentuali nettamente superiori rispetto al metodo usuale, basato appunto sul linguaggio corporeo.

 

Questo nuovo metodo, in cosa consiste?

Molto semplicemente… nella logica.
Il CCE (Controlled Cognitive Engagement method) consiste nell’ingaggiare il potenziale bugiardo in una chiacchierata amichevole e valutare quando e quanto le risposte si fanno elusive o incoerenti.

Questo nuovo metodo si è dimostrato oltremodo efficacie rispetto al classico controllo del linguaggio corporeo soprattutto perché le persone non mentono tutte nello stesso modo ed è difficile poter dire con certezza che un certo movimento sia il segnale di una menzogna.

Cosa fare quindi per diventare esperti nel CCE?

  1. Fare domande aperte, che non lascino spazio a semplici sì o no.
    Più il nostro “sospettato” dovrà usare la fantasia per risponderci, più sarà facile che si contraddica.

  • Costringere il “bugiardo” ad affaticarsi mentalmente.
    Chiedere di ricordare avvenimenti del passato o fare domande inaspettate costringono a fare uno sforzo maggiore, rendendo ancora più faticoso mantenere la “trama” della propria bugia.

  • Cercare piccoli dettagli verificabili all’interno del racconto.
    Se ne trovate, non correggete il vostro bugiardo, ma lasciatelo fare. Più si sentirà sicuro di sé più sarà facile che si dilunghi in altre bugie, incastrandosi definitivamente.

  • Osservare attentamente eventuali cambiamenti nell’esposizione.
    La tensione data dal mentire potrebbe portare il nostro bugiardo a parlare molto più in fretta o molto di più, mano a mano che sente di perdere il controllo della situazione.

  • Mantenere la conversazione a livello di chiacchierata amichevole.
    Si ottengono più risultati con una pressione leggera ma costante, piuttosto che con un interrogatorio pressante che mette da subito sul chi va là.


Quindi, se avete dei dubbi su qualcuno, non perdete tempo ad osservare se si gratta il naso mentre vi parla, ma procedete con un’amichevole (disarmante) chiacchierata!

 

La descrizione dello studio del Prof. Ormerod pubblicata sul sito dell’Università del Sussex

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Dott.ssa Elisa CerantolaSai riconoscere un bugiardo?

Come (non) aiutare un depresso

Essere depressi davvero non è una cosa da poco.

La depressione si manifesta in molti modi diversi: a seconda dei casi si può incappare in un episodio transitorio fatto di alti e bassi oppure in una vera e propria malattia, pervasiva e debilitante.

Chi soffre di depressione spesso finisce col sentirsi solo e incompreso a causa della sua problematica: a volte  si trova a dover combattere non solo con la malattia, ma anche a “combattere” contro i propri cari che, convinti di agire al meglio, peggiorano la situazione.

La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni

Le 7 cose da non dire mai ad una persona depressa

1. Quindi essere depressi è essere molto tristi, no?

No. Essere depressi ed essere tristi sono due cose molto diverse.

Anche l’essere molto tristi non è come essere depressi. Certo, fare una distinzione precisa può non essere facile, ma le due cose non sono uguali: tutti nella vita abbiamo avuto l’esperienza di essere anche molto tristi, ma non tutti (fortunatamente) facciamo l’esperienza della depressione.

Chi ne soffre non si sente semplicemente molto triste, ha anche tutta una serie complessa di altre problematiche, che possono coinvolgere molti aspetti della vita, che possono influire su sonno, fame, sulla capacità di portare a termine anche semplici attività quotidiane, che possono portare ad avere anche pensieri suicidari.

Quindi no, essere depressi ed essere molto tristi non sono la stessa cosa.

2. Hai provato a…?

Sì, molto probabilmente sì.

Chi ha una diagnosi di depressione spesso non solo è già in cura da uno psicologo o uno psichiatra, ma a volte ha già tentato di curarsi “da solo” con altri tipi di interventi, dall’agopuntura allo yoga, passando per il cambio di dieta e qualsiasi altra cosa.

Non dire che dovrebbe provare a… probabilmente l’ha già fatto.

3. Tirati su!

Purtroppo, nonostante questa sia una frase che si usa molto comunemente, non è sufficiente semplicemente “tirarsi su” per guarire dalla depressione.

Dire a una persona depressa “tirati su” sembra comunicare che se semplicemente provassero “di più” a stare meglio potrebbero in effetti farcela, e questo è incredibilmente frustrante per una persona che già sta combattendo contro la depressione. Fa sentire sbagliati e colpevoli.

Del resto, diresti mai ad una persona alla quale è stato amputato un dito di impegnarsi nel provare a farselo ricrescere?

4. È tutto nella tua testa

Beh, sì… in un certo senso sì.

La depressione comporta degli squilibri ormonali e chimici nel cervello, ma è anche molto più di questo, non è solo una questione di “testa”, ma anche di corpo: ci possono essere problematiche legate all’alimentazione, al sonno, mal di testa continui e farmaco-resistenti e molto altro ancora.

Dire “è tutto nella tua testa” è svilente e irrispettoso, nei confronti di qualcuno che soffre anche fisicamente oltre che psicologicamente.

Chi soffre di depressione non è un malato immaginario.

5. Non riesco neanche a immaginare

Già, probabilmente è vero, quindi una frase simile è davvero inutile.

Certo, sarebbe peggio fingere di riuscire a immaginare cosa si provi (ad esempio dicendo “anche io una volta sono stato molto triste”), ma questo non toglie che questa sia una frase davvero fine a se stessa.
Se pensiamo tra l’altro che la depressione è un viaggio personale, difficilmente si può pensare di entrare davvero nella depressione di qualcun altro.

A volte le persone dicono questo tipo di frasi come mere frasi di circostanza, non perché realmente stiano provando a immedesimarsi nei panni di un depresso; inoltre “immaginare” cosa sta provando un malato di depressione sembra implicare appunto che non sia reale.

Di nuovo: chi soffre di depressione non è un malato immaginario. 

6. Non ti eri curato?
(oppure)
Credevo che adesso con i farmaci stessi meglio

La depressione è una condizione medica che purtroppo, per alcuni, dura tutta una vita. Il trattamento farmacologico e la terapia, in casi sfortunati, sono necessari a vita per permettere all’individuo di mantenere un equilibrio che gli permetta di condurre un’esistenza normale.

Anche nei casi più fortunati, non è detto che la persona malata di depressione ne esca facilmente e velocemente appena comincia a curarsi.

Non c’è una “cura”: terapie e trattamenti non funzionano per tutti allo stesso modo e con le stesse tempistiche. 

7. Devi per forza prendere tutte quelle medicine?
(oppure)
Devi per forza continuare ad andare in terapia?

Sì, non chiederlo. Non chiederlo più.

La persona depressa è già abbastanza impegnata a cercare di occuparsi di se stessa, figuriamoci se ha tempo o voglia di spiegare a chi ha intorno che uscire dalla depressione non è cosa facile e che ha esattamente bisogno di “tutte quelle medicine” o “ancora terapia”.

Se non ne avesse davvero più bisogno, non prenderebbe ancora medicine e non andrebbe ancora in terapia. 

Quindi? Come posso aiutare un depresso?

A volte aiutare un amico o una persona cara malata di depressione significa semplicemente stargli vicino, continuare a cercare di coinvolgerlo nonostante i rifiuti, dargli un aiuto concreto aiutandolo con i lavori di casa, accompagnandolo alle visite mediche o alle sedute di psicoterapia, andando a comprargli i farmaci in farmacia.

Non c’è una prescrizione medica per amici e parenti di un depresso: a seconda del caso, può avere bisogno di cose molto diverse.

Un primo passo, un primo aiuto reale, può essere il non dire cose che possano umiliare o far sentire solo e incompreso chi soffre di depressione.

Un secondo passo può essere il chiedere a chi soffre di depressione cosa possiamo fare per lui… e non scoraggiarci o offenderci se ci sentiamo rispondere “non lo so”.

 

L’articolo originale su The Guardian

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Dott.ssa Elisa CerantolaCome (non) aiutare un depresso

Fallire: che lezione!

In un articolo recente si è parlato di come le favole nel tempo siano mutate per “proteggere” i bambini dal male, dalla cattiveria, dalla paura stessa.
L’istinto di protezione che nasce spontaneamente in noi nei confronti dei giovani e giovanissimi – e che è stato assimilato anche dalla nostra società  – è davvero una cosa buona?
Il sano istinto di protezione di un genitore può trasformarsi in qualcosa di nocivo per i suoi figli?

Ebbene sì.

Vediamo come.

Un bambino sorvegliato e protetto in modo eccessivo, al quale venga impedito di esplorare l’ambiente, finirà con l’essere impacciato e ad avere difficoltà a sviluppare le sue abilità motorie: rischierà quindi con maggior probabilità di farsi male. Se ad un bambino viene trasmessa l’idea che il mondo è un luogo pericoloso dove lui non può cavarsela da solo, tenderà a sentirsi insicuro e ad affrontare male e con timore anche le prove più semplici.

Ma non è solo l’aspetto più pratico della questione ad essere insidioso.

Impedire ad un bambino, ad un ragazzino – e più tardi ad un adolescente – di fare le proprie esperienze di vita, sperimentando i dolori oltre che le gioie, le difficoltà e gli inconvenienti oltre che i premi e i risultati, cioè tentare di evitargli esperienze negative in generale, finirà per l’avere comunque dei risvolti negativi.

Crescere un individuo nella bambagia, proteggendolo da ogni tipo di inconveniente, gli impedisce di sviluppare appieno quelle capacità critiche e logiche indispensabili  per riuscire ad analizzare una situazione difficile preventivandone pro e contro, per riuscire a pianificare le azioni necessarie da compiere al fine di ottenere il risultato voluto e infine per valutarne correttamente i risultati.

Queste capacità maturano durante lo sviluppo grazie all’accumularsi di esperienze, positive e negative, permettendo all’individuo – se adeguatamente sostenuto – di confrontarsi con l’esperienza del fallimento senza sprofondare in un’impotenza disperante né in una frustrazione rabbiosa, ma con la consapevolezza che il fallimento, di per sé, può capitare. Con l’esperienza viene introiettato il concetto fondamentale che l’importante non è la prestazione fine a se stessa, ma il bagaglio conoscitivo che essa porta con sé.

Molto spesso si parla di “genitori spazzaneve” per identificare genitori iperprotettivi e spaventati, che vogliono tutelare i loro figli ad ogni costo: non si tratta solo di proteggerli da una caduta, da uno spigolo o da una favola poco “Disney” e molto “Grim”, si tratta di avere fiducia nelle loro capacità e permettergli di confrontarsi con serenità con qualsiasi tipo di ostacolo.

Permettere ad un bambino di confrontarsi con dei rischi moderati è quindi per lui/lei un’opportunità di crescita oltre che una sfida abbordabile: permettergli di affrontare quel margine di incertezza di cui è consapevole e con cui può decidere di confrontarsi avendo fiducia nelle proprie capacità è la chiave di volta per favorire nei bambini uno sviluppo maturativo sano ed equilibrato.

Che si tratti di un brutto voto a scuola, di un comportamento sbagliato dalle conseguenze negative, di una frase cattiva detta senza pensare, la cosa giusta da fare non è sostituirsi ai propri figli o proteggerli da tutto e tutti, ma fornire loro gli strumenti giusti per affrontare la situazione ed eventualmente aiutarli ad elaborare successivamente quanto successo.

Impunità non è sinonimo di perdono e amore incondizionato: amore incondizionato (come è quello di un genitore per i propri figli) si può tradurre nella capacità di accettare che i propri figli possano compiere degli errori e che il compito di un genitore è quello – difficile – di guidarli, perdonarli se necessario, ma anche di punirli come di premiarli.

Il sistema di valori di riferimento in un sistema educativo non può avere solo una faccia della medaglia: non possono esserci soltanto i premi senza le punizioni, come non possono esistere solo punizioni senza i premi.

In questo giusto dispensare premi e punizioni la cosa che non deve mancare mai è il dialogo, in modo che i sistemi di valori che vogliamo trasmettere ai nostri figli acquisiscano un significato e un senso condivisibile.

Allo stesso modo, le regole devono essere chiare per non creare confusione nella mente dei nostri figli. Un “no” deve essere un “no”: dire “no” e permettere il comportamento vietato finirà con il creare confusione e stimolare comportamenti “di sfida” volti a testare quali siano le regole “reali” del sistema.

Ricapitolando, non sono i genitori “spazzaneve” i migliori, quelli che si frappongono tra i loro figli e qualsiasi difficoltà, ma i genitori capaci di insegnare ai loro figli che nella vita – oltre alle belle esperienze – possono capitare anche le brutte esperienze, che il fallimento fa parte del gioco tanto quanto la vittoria e che ad ogni azione corrisponde una reazione: genitori capaci di accompagnare i propri figli nel diventare adulti responsabili.

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Dott.ssa Elisa CerantolaFallire: che lezione!

C’era una volta…

Le favole ci hanno accompagnato lungo la nostra infanzia e continuano ad accompagnare l’infanzia dei nostri bimbi: se prima le favole venivano raccontate intorno al focolare, ora si leggono sul tablet e si guardano al cinema o alla tv.

Qualcosa è cambiato, e non solo le nostre abitudini.

In particolare, da quando la Disney si è occupata di trasportare le favole sul grande schermo, dai grandi classici come Cenerentola e Biancaneve ai più moderni Frozen e Big Hero 6, dalle favole sono spariti gli elementi di crudeltà e brutalità tipici dei finali originali.
Dagli inizi del ‘900 ci si è adoperati per purgare e censurare le fiabe dei racconti popolari per confezionare delle favole a misura di bambino, morbide, che non ferissero i loro piccoli e indifesi inconsci.

Certo le favole moderne non sono prive di elementi legati al lutto e alla malvagità, alla vendetta o al raggiro (tutti abbiamo pianto per la morte della madre di Bambi o per la morte di Mufasa – il papà di Simba, il Re Leone), ma bene o male tutte godono di un lieto fine.

Perché la società moderna ha sentito il bisogno di “inventare” il lieto fine nelle favole?

A ben guardare le favole originali erano dure, crude, spietate.
C’erano mamme cattive e padri violenti, compaesani imbroglioni e malvagi, i bambini venivano rapiti e uccisi o semplicemente abbandonati e ignorati fino a morire di stenti (come la Piccola Fiammiferaia).

A tal proposito il prof. Jack David Zipes, dell’Università del Minnesota, sostiene che “Molto simili ai miti, le fiabe avevano – e hanno – la funzione di diffondere i valori di una comunità e le regole di comportamento”.

Il mondo moderno, con la scusante di porre estrema attenzione a cosa propone ai nostri piccoli, si è preoccupato della pericolosità nascoste dentro alle favole. Ricordiamoci però che l’idea sottostante è che la favola venga proposta al bambino attraverso l’adulto: un adulto responsabile, che racconti sì una favola magari crudele, ma che possa accompagnare il piccolo nella comprensione e nell’elaborazione di ciò che è stato narrato, aiutandolo a ritrovare il famoso “la favola insegna” di Esopo.

Senza scadere nell’estremo opposto di quanto proposto ora, cioè del lieto fine a tutti i costi, forse possiamo considerare l’opportunità di non proteggere troppo i nostri bambini dalla malvagità del mondo delle favole, stando invece attenti a proteggerli (con saggezza) dalla malvagità del mondo reale.

 

Nell’immagine, una reinterpretazione moderna del “la favola insegna” fatta dell’artista Jared Maruyama di quattro grandi classici.

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Dott.ssa Elisa CerantolaC’era una volta…

Il gusto di leggere

Non saper leggere è un problema, ma è un problema anche il non divertirsi nel farlo.

Purtroppo l’attenzione generale in ambito educativo è spesso puntata al divenire abili lettori più che nel trovare un vero gusto nella lettura, il che è un vero e proprio peccato dato che leggere ha un’importante ripercussione positiva nello sviluppo di capacità sociali – tra le quali anche l’empatia.

Un bambino che legge con piacere sarà un bambino che svilupperà meglio le proprie capacità personali e sociali.

Il sistema di insegnamento mirato alla performance non ha migliorato le capacità di lettura dei bambini, ma ha contribuito invece a togliere loro il gusto per questa attività, complicando anche tutto il sistema di apprendimento basato sullo studio di testi scritti.

Cosa possiamo fare quindi per far sì che i nostri bambini amino leggere?

Ecco qui qualche semplice trucchetto:

1. Creiamo l’abitudine a leggere.
Leggere insieme una favola prima di andare a dormire o dopo un’attività rilassante come il bagnetto.

2. Rendiamo il leggere un’attività sociale.
Lasciare che il bambino legga la sua storia preferita a un altro membro della famiglia.

3. Creiamo collegamenti.
Ai bambini piace leggere all’infinito sempre la stessa storia: fare riferimenti pertinenti ai suoi personaggi preferiti durante la giornata lo aiuta a fare connessioni tra ciò che legge e la vita reale.

4. Leggiamo per loro.
Rendere la lettura parte anche della nostra quotidianità li aiuta a capirne il piacere e a farlo loro.

5. Piacere prima che dovere.
Evitiamo di correggerli troppo mentre leggono: questo li aiuterà a non sentire la lettura come una fatica o un compito, percependone invece il lato positivo e ludico.

6. Lasciamoli ripetere.
Leggere sempre la stessa storia, leggere sempre il proprio libro preferito, permette di facilitare il riconoscimento automatico delle parole, migliorando le abilità di lettura.

7. Ogni scusa è buona.
Un cartello stradale, una ricetta per fare una torta insieme alla mamma o alla nonna, le istruzioni per montare un giocattolo insieme al papà o al fratello più grande… ogni scusa è buona per leggere qualcosa con interesse!

8. L’importanza delle immagini.
Lasciamo ai nostri bambini lo spazio per raccontarci storie inventate a partire dalle figure: anche questa capacità narrativa influirà sul loro gusto per la lettura.

9. Non preoccupiamoci troppo.
Se quello che sta leggendo il bambino non dovesse essere interessante sarà lui stesso a lasciar perdere cambiando libro. Non serve quindi essere troppo selettivi nelle letture che proponiamo, lasciamo a lui questo unico “compito”.

 

L’articolo originale su The Conversation

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Dott.ssa Elisa CerantolaIl gusto di leggere

Le dipendenze

Il fascino delle dipendenze.

Nel cortometraggio animato della Filmbilder (all’attivo oltre 7 milioni e mezzo di visualizzazioni) un carinissimo Kiwi si imbatte in una pepita d’oro mentre cammina.

Se inizialmente passa oltre, al secondo incontro con la misteriosa e affascinante pepita, dopo qualche dubbio iniziale, decide di assaggiarla… ed ecco che il piccolo Kiwi (incapace per natura di volare) a sorpresa spicca il volo e volteggiando si gode questa esperienza nuova, intensa ed esaltante.

Ma l’effetto svanisce e il Kiwi torna “con i piedi per terra”. Se dapprima l’assumere la pepita dorata è semplicemente una cosa “capitata”, con il tempo nel Kiwi aumenta la brama di poter provare nuovamente la sensazione intensa ed esaltante della prima esperienza (il craving)… ma ciò non succede, ed è anzi sempre peggio. Il mondo intorno diventa sempre più grigio, il piccolo Kiwi perde interesse per tutto: l’unica cosa che conta è la pepita, ma la sensazione non è più la stessa.

Se la prima volta il volteggio era stato incredibilmente intenso ed esaltante, e allo stesso modo tornare con i piedi per terra non era stato un problema, mano a mano con il passare del tempo il volo è sempre più piccolo, fino a sparire del tutto, e il tornare con i piedi per terra è sempre più doloroso e massacrante, lasciando segni indelebili nel fisico e nello spirito del povero uccellino, lasciandolo rovinato, senza energie, distrutto e infelice.

In questo video, con delicatezza ma incredibile realismo, viene mostrato il fascino delle sostanze che provocano le dipendenze e – allo stesso tempo – viene mostrato in modo molto chiaro quali siano le reali conseguenze, fisiche e psicologiche, a cui va incontro chi cede a tale fascino perverso.



Ci sono tanti tipi di dipendenze: droga e alcol sono solo gli esempi più eclatanti.

Se ti sei reso conto di essere intrappolato dentro una dipendenza, o se qualcuno a te caro ha questo problema, la cosa giusta da fare è chiedere aiuto.
Ci si può rivolgere con fiducia ad un servizio pubblico territoriale (come ad esempio i Ser.D.), oppure rivolgersi privatamente ad un professionista del settore.

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Dott.ssa Elisa CerantolaLe dipendenze