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dal mondo della psicologia

C’era una volta…

Le favole ci hanno accompagnato lungo la nostra infanzia e continuano ad accompagnare l’infanzia dei nostri bimbi: se prima le favole venivano raccontate intorno al focolare, ora si leggono sul tablet e si guardano al cinema o alla tv.

Qualcosa è cambiato, e non solo le nostre abitudini.

In particolare, da quando la Disney si è occupata di trasportare le favole sul grande schermo, dai grandi classici come Cenerentola e Biancaneve ai più moderni Frozen e Big Hero 6, dalle favole sono spariti gli elementi di crudeltà e brutalità tipici dei finali originali.
Dagli inizi del ‘900 ci si è adoperati per purgare e censurare le fiabe dei racconti popolari per confezionare delle favole a misura di bambino, morbide, che non ferissero i loro piccoli e indifesi inconsci.

Certo le favole moderne non sono prive di elementi legati al lutto e alla malvagità, alla vendetta o al raggiro (tutti abbiamo pianto per la morte della madre di Bambi o per la morte di Mufasa – il papà di Simba, il Re Leone), ma bene o male tutte godono di un lieto fine.

Perché la società moderna ha sentito il bisogno di “inventare” il lieto fine nelle favole?

A ben guardare le favole originali erano dure, crude, spietate.
C’erano mamme cattive e padri violenti, compaesani imbroglioni e malvagi, i bambini venivano rapiti e uccisi o semplicemente abbandonati e ignorati fino a morire di stenti (come la Piccola Fiammiferaia).

A tal proposito il prof. Jack David Zipes, dell’Università del Minnesota, sostiene che “Molto simili ai miti, le fiabe avevano – e hanno – la funzione di diffondere i valori di una comunità e le regole di comportamento”.

Il mondo moderno, con la scusante di porre estrema attenzione a cosa propone ai nostri piccoli, si è preoccupato della pericolosità nascoste dentro alle favole. Ricordiamoci però che l’idea sottostante è che la favola venga proposta al bambino attraverso l’adulto: un adulto responsabile, che racconti sì una favola magari crudele, ma che possa accompagnare il piccolo nella comprensione e nell’elaborazione di ciò che è stato narrato, aiutandolo a ritrovare il famoso “la favola insegna” di Esopo.

Senza scadere nell’estremo opposto di quanto proposto ora, cioè del lieto fine a tutti i costi, forse possiamo considerare l’opportunità di non proteggere troppo i nostri bambini dalla malvagità del mondo delle favole, stando invece attenti a proteggerli (con saggezza) dalla malvagità del mondo reale.

 

Nell’immagine, una reinterpretazione moderna del “la favola insegna” fatta dell’artista Jared Maruyama di quattro grandi classici.

Dott.ssa Elisa CerantolaC’era una volta…
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